diritto d'autore cambia
faccia. Togli il copyright
![]()
di Carlotta Jesi (c.jesi@vita.it)
![]()
24/10/2002
2)
Il meccanismo virtuoso del
copyleft
![]()
di Riccardo Bagnato (r.bagnato@vita.it)
![]()
24/10/2002
![]()
Fonte: Vita Lunedi' 4
novembre 2002 -
http://web.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=24402
![]()
di Carlotta Jesi (c.jesi@vita.it) 24/10/2002 |
| Editoria, musica, software. Dal copyright al copyleft. Un glossario |
| NB.
L'articolo che state per leggere è copyleft. Avete il permesso di
copiarlo, modificarlo e distribuirlo purché garantiate a chiunque altro
di copiare, modificare e distribuire la variante che avete prodotto. La
stessa libertà, insomma. Attenzione, però: questa licenza non vale per
gli altri articoli del giornale, protetti da copyright: con 2 euro
acquistate solo il diritto di leggerli. Quello di copiarli, modificarli
e distribuirli appartiene solo a noi. L'articolo che state per leggere, dunque, è un esperimento. A noi serve per capire se la licenza copyleft è un suicidio editoriale o una scelta praticabile oltre che etica. A voi per provare a immaginare un mondo open source. Dove le idee, le molecole, la musica, i libri e i software sono proprietà di tutti. Un mondo senza sigilli che promuove la libera circolazione della conoscenza. Il copyright è un sistema inflitto al pubblico, non che fa bene al pubblico». Massachusetts Institute of Technology, 1984: Richard Stallman, programmatore, sbatte la porta del centro di eccellenza tecnologica più famoso del mondo, fonda la Free Software Foundation e inventa il copyleft: una licenza che consente di modificare e ridistribuire i suoi software obbligando chiunque benefici di questa libertà a garantirla agli altri. Roba da nerd, si disse allora. Da smanettoni scollegati dalla realtà che il mondo avrebbe ignorato. Linus contro Bill È successo il contrario. Copyright o copyleft? A 18 anni di distanza, quel dibattito tecnico sul miglior modo di creare programmi per computer è diventato una battaglia politica e ideologica tra chi crede nella libera circolazione delle idee e chi preferisce assicurarle col copyright. Da una parte Linus Torvalds, il fondatore del sistema operativo libero Linux, i governi dei Paesi poveri, la società civile e studiosi come Wolfgang Sachs, tutti sostenitori di un mondo senza sigilli. Dall'altra Bill Gates, l'Organizzazione mondiale del commercio, la Walt Disney e una lunga schiera di professori e avvocati, convinti che la proprietà intellettuale sia l'unico strumento per incentivare la creatività. Copyright o copyleft? «Copyleft», Mariella Berra, docente di Sociologia delle reti telematiche all'Università di Torino e autrice del libro Informatica Solidale edito da Bollati Boringhieri, non ha dubbi. «Copyleft è una chance concreta di liberalizzare il mondo della conoscenza puntando su un'economia solidale in cui si cresce tutti insieme e non uno a discapito degli altri. Ma, soprattutto, il copyleft ha una sua razionalità socio economica: i costi di produzione della conoscenza sono sempre più elevati, se gruppi di persone non ci lavorano insieme cooperando, arriveremo a un mondo con pochi Paesi e poche imprese che producono conoscenza. Il che, oltre a essere ingiusto, va contro ogni principio di razionalità economica perché nessun singolo Paese o impresa sarà mai in grado di sviluppare progetti di qualità». Business opportunity Copyleft come opportunità di business, insomma. Ma è praticabile? «Me lo auguro», risponde Nicoletta Dentico, presidente di Medici senza frontiere, una non profit da anni in prima linea nella lotta per l'accesso ai farmaci nel Sud del mondo, che tuttavia non ha mai negato l'utilità dei brevetti. «A un mondo copyleft, io sto già lavorando: con altre ong abbiamo deciso di diventare noi produttori di farmaci che distribuiremo seguendo la strategia copyleft». Più cauto Salvatore Romagnolo di Apogeo, editore specializzato in cultura digitale che s'è convertito alla licenza di Stallman già da qualche anno: «Se non si ha la presunzione di sostituire completamente la proprietà intellettuale, passo impensabile per il sistema capitalistico in cui viviamo oggi, il copyleft può essere una via alternativa praticabile». E profittevole? «Sì, il successo di un libro, e quindi il guadagno per un editore, non dipende dal tipo di licenza con cui è distribuito. L'anno scorso abbiamo pubblicato Open Sources: voci dalla rivoluzione Open Source in copyleft e le vendite sono andate benissimo. E se funziona per un editore, figuriamoci per gli scrittori e artisti. Prendiamo i musicisti: oggi dal copyright guadagna al massimo il 10% degli artisti». Questo in Occidente, nel Sud del mondo la percentuale di artisti che beneficiano delle leggi sulla proprietà intellettuale è ancora inferiore. Argomento da cui molti studiosi derivano la necessità di rafforzare il copyright nei Paesi poveri e altrettanti studiosi la necessità opposta. «Se vogliamo che un abitante dei Paesi in via di sviluppo possa emanciparsi, facciamo in modo che non sia mortalmente povero. Che non venga calpestato o fatto a pezzi. Non è col copyright che si raggiunge questo obiettivo», spiega Luigi Sertorio, docente di fisica teorica all'Università di Torino, «ci credono solo i burocrati arroganti convinti di poter creare intelligenza con le loro riflessioni economiche. Il creativo, il fisico, lo scienziato certo non vuole blindare le sue scoperte dietro un muro che si rompe solo pagando». Dibattiti da accademia? La “causa di Topolino” Tutt'altro. Negli Stati Uniti la diatriba fra copyright e copyleft ha implicazioni pratiche talmente rilevanti da essere finita davanti alla Corte Suprema di Washington. Alla quale, il 9 ottobre, Lawrence Lessig, docente della Stanford University e autore del volume The Future of Ideas contro la proprietà intellettuale, ha chiesto di dichiarare incostituzionale il Sonny Bono Copyright Term Extension Act del 1998 che estende il copyright delle aziende da 75 a 95 anni e quello degli individui da 50 a 70 anni dopo la morte. Il caso è stato soprannominato “la causa di Topolino” perché una delle lobby più importanti che fece approvare il Sonny Bono Act è proprio quella di Hollywood. Per sapere cosa decideranno i giudici di Washington bisognerà aspettare qualche mese, ma una cosa è certa: il copyleft ha scatenato una riflessione sull'uso etico della conoscenza che nessuno si aspettava. Riflessione che Linus Torvalds, idolo del movimento open source, sintetizza così nel libro Just for fun : «Io il copyright lo adoro, semplicemente non credo che i diritti degli autori vadano esagerati. Come autore ho i miei diritti, ma anche l'obbligo di usare il copyright in maniera responsabile». Che cos'è Copyright - riprodurle e copiarle - modificarle - distribuirle - eseguirle in pubblico - reclamarne la paternità Questo diritto ha una scadenza temporale che varia a seconda delle legislazioni: da un minimo di 70 anni dopo la morte dell'autore a un massimo di 120 dalla data di creazione dell'opera. Info: www.wipo.org Copyleft è il contrario di copyright. Invece di concedere solo all'autore di un'opera il diritto di riprodurla, copiarla, distribuirla e modificarla, lo estende a tutti. Ma a patto che chi beneficia di questo diritto lo garantisca agli altri diffondendo i suoi lavori con una licenza copyleft. Attenzione: il copyleft non nega agli autori la paternità delle loro opere. Né apre le porte a una pirateria senza regole. Il suo obiettivo è un altro: promuovere la diffusione della conoscenza. Info: www.gnu.org GLOSSARIO Copyleft per il software Gpl General Public Licence: è la più diffusa licenza di distribuzione del software open source. Consente di copiare, modificare e ridistribuire il software. Ma sempre insieme al codice sorgente, e a patto di non cambiare tipo di licenza. Cioè: date agli altri le stesse libertà che ho dato a voi. Una variante è la Fdl licence, utilizzata per manuali e documentazione tecnico scientifica. Info: www.gnu.org/licenses/license-list. it.html Copyleft per i testi Open licence book Creata per promuovere la libera circolazione della conoscenza, consente di copiare e distribuire con ogni mezzo testi di qualsiasi genere a patto di lasciare inalterata la dicitura copyleft, l'indicazione relativa alla mancanza di garanzie sui documenti in questione e il riferimento alla licenza open content. Per modificare la documentazione o una sua parte, bisogna rendere evidenti le parti modificate, nonché la natura e la data dei cambiamenti. Info: opencontent.org/index.shtml Copyleft per la musica Ola Open audio licence, creata dall'Electronic Frontier Foundation, è una licenza copyleft per musicisti. Chi la sceglie, consente che la sua musica sia copiata, eseguita, rimaneggiata e ridistribuita secondo lo stesso principio. Un suicidio? Quelli dell'Electronic Frontier Foundation assicurano di no: se ci sono persone cui queste canzoni piacciono, sosterranno l'artista perché continui a produrre musica. Info: www.eff.org/IP/ Open_licenses/eff_oal.html Copyleft per le idee Copydown Download a copy, upload an idea. Molto più che una licenza: copydown è lo slogan di un intero movimento che crede nel libero scambio di files ma soprattutto di creatività e di progetti. Una strategia di libera circolazione dei saperi. Info: www.strano.net/copydown |
|
| Il
meccanismo virtuoso del copyleft di Riccardo Bagnato (r.bagnato@vita.it) 24/10/2002 |
|
![]()
| 2) Il regime di copyright va bene solo per i più forti. Per la gran parte degli autori non reca benefici. |
24/10/2002 |
| Per
un libro da 10 euro, in Italia all'autore vanno 0,80 centesimi per ogni
copia venduta. Quando il libro ha successo, poi, vende mediamente dalle
2mila alle 4mila copie. L'autore percepirà qualcosa come 1.200 euro,
ammesso che tutto vada per il meglio. Quindi la domanda reale è: il 92%
chi lo ha preso? Alla distribuzione va tra il 50 e il 60%, al promotore il 10%. Ma bisogna calcolare anche i costi di tipografia e le spese. All'editore quindi non va più del 20/25% quando va bene. E allora dove ci si guadagna? L'autore non guadagna, certo, da quell'8% lordo (contrattato fra editore e autore, spesso bypassato da un forfait con cui l'editore acquisisce anche i diritti di autore), più spesso invece su un anticipo (mille-2mila euro in media), guadagni su cui non è però possibile costruire una fortuna, tanto meno viverci. Dal punto di vista artistico-morale, infine, la situazione non sembra andar meglio. Emblematica una frase di Nicola Piovani sull'ultimo film di Benigni: «Bisognerà spiegare al pubblico americano perché un italiano fa Pinocchio. Sono convinti che l'abbia inventato Walt Disney». Paradosso Pinocchio Il paradosso sta nel fatto che i diritti su Pinocchio erano pubblici fino a quando una sua rielaborazione non è stata protetta per salvaguardare gli interessi economici di grandi investitori, i quali, in questo modo, in realtà possono escludere probabili competitor. Se una società, infatti, ha i diritti di sfruttamento di un prodotto (in questo caso la rielaborazione di Pinocchio), nessuno potrà competere sullo stesso piano, semplicemente perché sullo stesso piano c'è solo quella società. E' chiaro allora come il copyright sia una rendita di posizione, grazie alla quale l'investitore può inoltre avvalersi di una posizione di dominanza sul mercato sancita dalla legge; e su cui, oggi, si reggono veri e propri monopoli dell'intrattenimento. In conclusione il diritto d'autore, da una funzione difensiva è diventato uno strumento offensivo e commercialmente protezionista. In altre parole, garantisce che nessuno possa fare a Walt Disney ciò che Walt Disney ha fatto a Collodi. Da qualche anno, però, un'altra forma di tutela, il copyleft, ha visto la luce e sembra rispondere diversamente all'esigenza dell'autore e dell'opera e, sebbene sia notoriamente vista in contrapposizione con il più classico dei classici diritti di una persona a vedere riconosciuta la propria opera d'ingegno, entrambe, copyright e copyleft, potrebbero viceversa trovare un modo per coesistere. Ammesso che gli interessi cui fanno rispettivamente riferimento intendano raggiungere un accordo. Nata per diffondere online manuali tecnici e software, l'idea del copyleft consiste nel dare il permesso di modificare un programma o un testo, di distribuirlo, di pubblicarne una versione perfezionata, ma di obbligare chiunque benefici di questa libertà a garantire la possibilità di copiare e distribuire il risultato a sua volta. Si applica in relazione a diverse licenze che autorizzano più o meno a modificare il contenuto sino alla formula più restrittiva che, per quanto tale, recita: «Copyright © Mario Rossi. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo è permessa con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta». E' fiorita così una vastissima letteratura di manuali, software, o articoli che viceversa i circuiti 'classici' non sarebbero mai stati in grado di diffondere, abbattendo di fatto la voce più pesante nella suddivisione dei guadagni su un'opera di ingegno: la distribuzione. Copyleft, una chimera? Il copyleft, così come il copyright, aiutano soprattutto a creare quel patrimonio di relazioni in termini di notorietà e prestigio e pubblico, necessari per il posizionamento di un'opera di ingegno in seno all'opinione pubblica: vero capitale rivendibile a cifre più adeguate. Per raggiungere questa situazione però, ci si può da un lato appoggiare alla nomea di qualche famoso circuito editoriale a proprio rischio e pericolo, ma, ed è questo il vantaggio del copyleft, si possono utilizzare anche canali di promozione relativamente poco costosi, come Internet, e, soprattutto, concentrarsi così facendo sulla qualità del prodotto. Siluppando talvolta anche linguaggi artistici e/o progetti altamente innovativi e utili. In un mondo di prodotti inutili, la cosa non è di poco conto. Problema. Le medie e grandi società dell'intrattenimento e relativi distributori, che su di un altro modello di sviluppo economico hanno costruito un monopolio, vengono bypassate. Si parla di cifre probabilmente ridicole ancora, ma, chissà perché, ad esempio, contro il sistema operativo Linux (protetto da copyleft), Microsoft continua a scagliare anatemi. Ora, in un regime saturato da pachidermici monopoli, per altro in difficoltà economiche, come fuoriuscire dall'impasse? A guardarci bene, il copyleft non è forse la panacea di tutti i mali, ma nemmeno quest'astrusa antieconomica chimera di qualche cyberfreak. |
|